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Pochi minuti ci separano da Cala del Preveto. La discesa è breve ma accidentata, sul fianco friabile della costa. Stentiamo in particolare dinnanzi uno scalino di roccia, fatto apposta per non essere valicato.
Ma la Cala non ha fretta, può attendere per sempre, o almeno finché nuovi mari verranno creati.
Giungiamo quindi, ben rinfrancati dalla vista: la Cala è una striscia di placida letizia. I visitatori sono radi, al contrario di altri lidi di Favignana, dove si assiepano turisti di ogni sorta.
Il mare è un tappeto di vetro. D’acchito sembra immobile, ma è solo un’illusione. E’ bensì percorso da infinite striature, lievissime increspature delle onde che lo accarezzano e lo consolano. Sono sussulti invisibili e gli steli di posidonia emergono dalle acque con un timido frusciare, quasi non volessero disturbare. Vorremmo contarli ma gli steli si mettono ad oscillare, vellicati da una brezza appena accennata. Poi si abbandonano alle soavi onde, che scoprono sogni e parole.
Ci chiniamo per udir meglio. Cosa sarebbe il mare se non emanasse il suo inesorabile respiro? Le onde sono il fiato del mare e noi ci accomodiamo ad osservare sui ciottoli levigati. Alcune onde anelano la riva, altre incrociano diagonalmente, come sospinte da altro vento.
C’è un gabbiano che zampetta tra rocce e ciottoli. E’ abbruttito, forse dalla fame o dagli altri mali del mondo. Percorre la spiaggia del Preveto alla ricerca di cibarie qualunque. I pochi bagnanti però lo scansano, o lo ignorano, o semmai lo cacciano perché schifati dal suo aspetto. E’ la vita turpe che si affaccia alla bellezza.
Mi avvicino al gabbiano, che ha occhi spiritati. E’ infaticabile, ostinato: perché si vuole per forza sopravvivere quando c’è la grata eternità ad attenderci?
Passeggiar sulla battigia parrebbe una libera scelta, ma non è così. Sono le onde ad indirizzar il mio percorso ed io mi allontano dagli altri visitatori, che armeggiano tra panini e cellulari variopinti. I loro colori sono vividi ma sbiadiscono al cospetto del mare.
Il mio passo mi porta ad affiancar la costa e cammino sotto il greppo di roccia farinosa e di piccoli cespugli. Una spelonca è scavata nella parete: è a misura d’uomo, un ricetto a lenire la calura. Poi mi volto e lo vedo, l’occhio nero che ha bucato la montagna. Il castello di Santa Caterina sta ben più in alto, e non credo se ne curi. L’occhio lacrima bici ed automobili e ci rammenta che mai la bellezza da sola giace.
Salgo su un grosso masso che è un balcone sul mare: da lì il tappeto di vetro mi sembra infinito, una tela satinata che potrebbe rivestire un oceano intero. Vi sono delle chiazze di un blu scuro, profondo, che compaiono laggiù verso l’isolotto dei gabbiani. Per un attimo mi accascio e sogno di mondi celati e di creature marine che mai emergeranno.
La brezza quindi cambia aspetto e rubesto si fa il migrar delle acque. La posidonia si scuote e i suoi fusticini zampettano a far intendere i pensieri dorati d’azzurro. Sì, ecco il cogitar del mare.
Chissà se qualcuno se ne accorge. Forse chiedo troppo, in fondo perché mai il mare dovrebbe pensare, e infatti d’improvviso tutto scema.
Poi, nell’aria si leva il primo straziante verso, cui segue un altro, più rauco e terrificante, poi un verso fragoroso, come se da solo volesse riunire tutti i versi dell’isola, poi un altro, e un altro ancora. Una cacofonia di becchi urlanti e di nenie che sovrasta la Cala. Ogni dissenso è paralizzato. Ogni fuga è proibita.
Io ritorno sui miei passi, anche se vorrei proseguire dietro un’ansa, là dove lo sguardo si smarrisce e il profilo dell’isola sembra tracciato con la matita.
I gabbiani si dispongono a mezzaluna, presidiando rocce e piccole cenge della Cala. Osservano e valutano. Vi sono dei giovani che non si adombrano, piuttosto fanno cricca e si sciacquano nelle acque turchesi tra risate e celie. Alcuni sono a petto nudo, altri incamiciati. Ma il brulichio di ali, strilli e lamenti non si placa.
L’imbrunire ormai avanza. Favignana accetta di nuovo che cali il riserbo della notte. Ciò però non vale per le bestie, il cui tramestio non cessa. Loro non sanno di dover attendere il silenzio.
In pochi attimi prepariamo borse e vestiti. Da Cala del Preveto ce ne andiamo così, rapinosi, nello strazio delle querule voci.